Scritta da Eduardo Scarpetta nel 1800 traendo ispirazione da una commedia francese, "Due mariti imbroglioni" ci porta in una delle ambientazioni napoletane più classiche.
Due mogli gelose intendono mettere alla prova la fedeltà dei loro rispettivi mariti, architettando un tranello al quale, i due uomini, dovranno resistere per potersi definire irreprensibili.
Secondo l'ingranaggio comico di Scarpetta, questa situazione altro non deve essere che un pretesto per dar vita a situazioni paradossali e ad equivoci imbarazzanti che, tuttavia, come vuole lo stile di questo genere di commedie, si risolveranno immancabilmente in un lieto fine.
Eduardo Scarpetta visse nel teatro e per il teatro. Egli scrisse per far ridere a ogni costo, aggirando la mente, saltando a piè pari le meditazioni del pensiero, convinto che solo l'ilarità potesse offrire all'uomo l'occasione, la possibilità e il mezzo per difendersi dalla ripetitività del quotidiano e dai suoi meccanismi che demoliscono i sogni, le aspirazioni, la volontà stessa. Per Scarpetta solo il teatro possiede gli strumenti per costruire un'oasi d'evasione, arrivando a forzare imprevedibilmente il ruolo e i limiti della fantasia.
Scarpetta non pone ipotesi esistenziali, né fa vivere i suoi personaggi in un contesto storico culturale. Siamo, come nella migliore tradizione favolistica e/o mitologica, fuori dal tempo e dallo spazio, in un mondo dorato dove tutto è immobile e giusto, in cui riverbera, come un'eco antica e lontana, un passato beato che non si conosce ma a cui diamo costante credito, linfa e vita grazie al rimpianto. Mitologici sono i suoi personaggi che non rappresentano mai se stessi ma un qualcuno che somiglia a se stessi proiettati sull'eterno schermo della vita. Le situazioni hanno sempre il senso di una quotidianità stantia e tutto ciò che viene a mutare questo ineffabile immobilismo arriva solo per far guai e di conseguenza scatenare l'ilarità di un pubblico che questo solo chiede.
Il tentativo di Scarpetta è quello di trasporre sulla scena quei caratteri che rappresentino l'immutabilità eterna, che può leggersi solo nelle stelle, di quella che per lui è la Napoletanità. Di conseguenza vediamo giovani gaudenti, anziani in cerca di avventure galanti, "sciupafemmine", mogli tradite che cercano la loro rivincita allo stesso modo, personaggi arricchiti o diseredati che portano con se il proprio fardello ed ogni genere di umanità che a volte più che persone sembrano "ombre che portano il corpo con se.
Quest'ultimi costituiscono la materia di impulso dal quale la vicenda in generale si divincola. Il racconto nasce con loro e va avanti con loro fino e oltre il miracolo. Ma tant'è. La condizione di costoro da quella che essa è, si emblematizza ed individualizza nel rapporto con la platea. E allora il miracolo non si fa solo per gli affamati ed i diseredati, ma si fa per tutti, nessuno escluso, perché non c'è alcuno che avverta la stretta e la delusione del quotidiano.
L'invito del teatro è di negare la realtà del quotidiano, di rigettarla. L'invito è a ridere."